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Recensioni & Interviste

Benvenuti nella sezione dedicata alle recensioni libri di Guido Rumici e alle interviste che hanno esplorato il suo pensiero e le sue ricerche. Guido Rumici, autore prolifico e stimato, ha dedicato gran parte della sua carriera a documentare e analizzare la storia e le vicende del popolo giuliano-dalmata. Attraverso una quindicina di volumi, egli è diventato una voce autorevole, portando alla luce testimonianze e analisi approfondite su un periodo storico complesso e spesso trascurato.

Questa pagina raccoglie una selezione di articoli pubblicati su prestigiose testate giornalistiche come ‘La Voce del Popolo’ e ‘Il Piccolo’, che hanno offerto uno sguardo critico e apprezzato sulle sue pubblicazioni. Le interviste, in particolare, permettono di cogliere la profondità della sua ricerca e la passione con cui Rumici affronta temi delicati come l’esodo, la memoria storica e la ricostruzione dell’identità culturale. Ogni pezzo è un tassello fondamentale per comprendere non solo l’opera dell’autore, ma anche il contesto storico e sociale in cui queste opere sono nate e sono state accolte dal pubblico e dalla critica. Esplorando queste recensioni libri di Guido Rumici, si ha l’opportunità di immergersi nelle narrazioni e nelle analisi che hanno contribuito a ‘chiudere il cerchio’ su vicende umane e collettive di grande rilevanza storica. L’obiettivo è fornire una panoramica completa dell’impatto e della risonanza dei suoi scritti, invitando i lettori a scoprire la ricchezza del suo contributo storiografico e letterario.

“Il Piccolo” 16/02/11

Esodo, mille piccole storie da salvare Pubblico alla presentazione del volume “Chiudere il cerchio” edito dall’Anvgd GORIZIA. Nell’estate del 1939 il cielo sopra Gorizia era rosso per l’aurora boreale. La goriziana Maria Hofer ricorda le donne in piazza. Piangevano e dicevano: «Tutto questo rosso sarà tanto sangue che verrà versato ». Poco dopo scoppiò la seconda guerra mondiale. È questa la prima testimonianza che apre il libro “ Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate ”, curato da Olinto Miletta Mattiuz e Guido Rumici, edito dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e da Mailing List Histria e presentato nel ridotto del Verdi nell’ambito del Giorno del Ricordo.

Un racconto dei fatti accaduti fra il 1940 e 1945 nelle terre della Venezia Giulia, dell’Istria e di Fiume attraverso i testimoni. Testi brevi, semplici, commoventi di un’epoca difficile, complessa resa in modo semplice da chi l’ha vissuta. Una testimonianza di storia sommata, l’ha definita Rodolfo Ziberna, presidente dell’Anvgd, editore del volume. «Un testo da leggere con calma – ha aggiunto Ziberna - da conservare accanto al comodino». Tante le storie per trasmettere con la spontaneità del ricordo, a volte connotata da un pathos reducistico, e la fierezza della testimonianza l’intensità nitida dei sentimenti di paura e speranza: l’inizio della guerra, i bombardamenti, il dramma delle foibe.

Il tutto caratterizzato da una coralità di voci di partigiani e tedeschi, ragazzi della X Mas e civili coraggiosi, uomini e donne. Una prezioso documento di memoria che ben rappresenta la vita comune in quel periodo storico in quei luoghi dai quali fuggirono i 350mila esuli. Complesso è stato il lavoro di individuazione dei testimoni, ascolto delle storie, loro trascrizione in sintesi e infine di cernita per la stampa. Il risultato è un volume di 200 pagine che include 80 storie delle 200 ascoltate.

«Abbiamo in lavoro altri due volumi - ha spiegato Guido Rumici, docente e scrittore gradese – dedicati all’esodo e al dopoguerra. Vorremmo che queste storie venissero lette a scuola perciò i testi hanno un’impronta anche didattica e sono corredati da mappe geografiche e fotografie». Commovente è stata la lettura di alcuni brani da parte dell’attore Tullio Svettini , parole semplici di un grande dolore ma anche di momenti d’amore. «In giro per l’Italia non si sa molto di quanto accaduto - ha aggiunto Olinto Miletta Mattiuz , ricercatore e esperto di questioni demografiche. Il nostro è un impegno a salvare riferimenti storici e documentari altrimenti destinati a svanire per motivi anagrafici». Le testimonianze orali sono preziose in mancanza di documenti ufficiali, dunque gli autori chiedono a chi ha memorie personali dell’esodo di contattarli per salvare altri preziosi contributi. Margherita Reguitti Inserto la voce in più Storia e ricerca del 7 gennaio 2012 Il Novecento adriatico nelle memorie giuliano-dalmate di Kristjan Knez La storia orale, è cosa nota, è in grado di rivelare aspetti, situazioni e atmosfere che la documentazione ufficiale, generalmente a disposizione degli studiosi, difficilmente porta alla luce.

Attraverso il racconto di coloro che si trovarono coinvolti in determinate situazioni, emergono tasselli che sovente contribuiscono a comprendere un’epoca o, semplicemente, lo scorrere della vita quotidiana in un determinato periodo. Le testimonianze raccolte dalla viva voce dei protagonisti, diretti o indiretti, possono giovare non poco il ricercatore nel suo lavoro di ricostruzione dei tempi andati, ma possono rappresentare anche solo una lettura interessante, che svela particolari di vita vissuta nonché le paure, le speranze e le illusioni di una generazione. Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici da parecchi anni raccolgono queste storie, intervistando tutti coloro i quali desiderano raccontare qualche episodio della loro esistenza. Avendo a disposizione un copioso materiale hanno ritenuto opportuno divulgarlo in modo che tante pagine relative per lo più alla vita sociale lungo l’Adriatico orientale non andassero per sempre perdute. È stata perciò ideata la collana “ Chiudere il cerchio. Memorie giuliano-dalmate” , edita dalla Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Comitato Provinciale di Gorizia e dalla Mailing List Histria, che si articolerà in una serie di volumi i quali proporranno le memorie per l’appunto della popolazione residente tra Grado e le Bocche di Cattaro. Il progetto si differenzia dalle iniziative analoghe e per molti aspetti si presenta decisamente innovativo. In primo luogo i curatori abbracciano un’area geografica molto ampia, vale a dire l’intero Adriatico orientale e non si limitano a raccontare gli anni 1943-1947 (o 1954 se facciamo riferimento alla Zona B del Territorio Libero di Trieste) che coincidono con il naufragio dell’italianità di quei lidi, bensì si soffermano sull’intero Ventesimo secolo, evidenziando i cambiamenti avvenuti (statuali, politici, ideologici, ecc.) e le ripercussioni di questi sulle comunità e sui singoli individui.

Un’altra caratteristica è quella di aver preso in considerazione la complessiva popolazione dall’area interessata a prescindere dalla nazionalità, dalla lingua parlata, dalla religione professata, dell’identità in senso lato. Questo rappresenta indubbiamente un salto di qualità che merita d’essere evidenziato. Non sono si superano le divisioni tra “esuli” e “rimasti” bensì si allarga l’orizzonte a tutto e tutti, cedendo la parola anche a Sloveni e Croati autoctoni e nel prosieguo – questo è l’auspicio – anche a coloro che arrivarono durante o dopo l’esodo e di fatto riempirono i vuoti lasciati dalla popolazione autoctona, italiana in primis. L’intento di Mileta e Rumici è di comprendere anziché giudicare , pertanto, consapevoli dell’eterogeneità e al tempo stesso delle peculiarità delle collettività lungo i lidi orientali adriatici, hanno abbandonato le visioni stereotipate.

 

Grazie a quest’apertura a trecentosessanta gradi i due ricercatori propongono la ricchezza di un territorio non dimenticando né la sua complessità né le problematicità inevitabilmente presenti in ogni singolo periodo storico, conseguenze palesi delle aspirazioni, dei progetti e delle passioni manifestate dalle varie anime lì compresenti.

Nel 2010 è uscito il secondo volume , che affronta gli anni difficili del secondo conflitto mondiale. L’immagine in copertina, raffigurante una Zara spettrale, lacerata, percossa e colpita nel cuore da decine di bombardamenti aerei alleati, tra il 1943-1944, rammenta la drammaticità di quel periodo, vuoi per gli uomini in divisa al fronte vuoi per tutti gli altri civili rimasti a casa. Come il precedente, anche questo libro desidera proporre dei tasselli di storia abbandonando i luoghi comuni. Nella prefazione i due curatori ricordano: “La Venezia Giulia e la Dalmazia, terre di confine, di incontro e talvolta di scontro, tra popoli e culture diverse, sono state oggetto di notevoli eventi drammatici che hanno mutato in meno di cento anni l’immagine e l’essenza di questi territori, con diversi cambi di sovranità e numerosi spostamenti delle linee di confine che hanno provocato traumi e lacerazioni in buona parte della popolazione interessata. Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre la storia di queste regioni ai soli periodi in cui prevalsero momenti e fatti drammatici sfocianti anche e purtroppo in vere e proprie atrocità, perché l’insieme delle relazioni umane di questi popoli, dei loro commerci, delle commistioni sociali e culturali, ha storicamente prodotto anche lunghi periodi di convivenza e reciproco rispetto tra le varie etnie in una terra da sempre plurilingue”.

In occasione della presentazione del volume menzionato, avvenuta a Portorose lo scorso novembre su iniziativa della Comunità degli Italiani “Giuseppe Tartini” e della Società di studi storici e geografici di Pirano , abbiamo intervistato uno dei curatori, Guido Rumici, con il quale abbiamo conversato in merito all’importanza della memoria storica, della sua registrazione, conservazione e diffusione. Il volume affronta un periodo per molti versi delicato e traumatico. Quali sono i problemi che emergono durante la raccolta delle testimonianze? Quali sono i silenzi? Il volume è nato dopo una lunghissima, quasi ventennale, ricerca di testimonianze, condotta sia dal sottoscritto sia dall’amico Olinto Mileta , che abita a Torino, e ora esce nelle edizioni della ANVGD di Gorizia e della Mailing List Histria, due sigle differenti, con obiettivi diversi ma in questo caso con un unico risultato: conservare la memoria e tramandarla, speriamo, soprattutto ai giovani.

Il volume cerca di descrivere cinque anni dolorosissimi, di conflitto e di privazioni, e di come la gente ha vissuto quel periodo. Si parla non tanto dei grandi avvenimenti politici bensì della vita quotidiana del popolo. La fame, la miseria, la paura, sono situazioni e sentimenti che hanno accumunato i giuliani di tutte le etnie: Italiani, Sloveni e Croati viventi in queste zone, al di là delle loro scelte politiche o nazionali.

Queste sono le cose che hanno maggiormente caratterizzato cinque anni di storia della regione, ed è ciò che emerge dalle ottanta testimonianze, che sono la sintesi di oltre duecento a suo tempo raccolte. In fase di selezione abbiamo fatto una scelta, togliendo quelle che erano o doppioni oppure non particolarmente significative. L’aspetto più interessante è senz’altro l’approccio che abbiamo avuto con alcuni testimoni. Moltissime persone tendono a raccontare ciò che è accaduto agli altri ma non a loro stessi, perché spesso raccontare quanto è successo a loro è doloroso ancora oggi. Gente di ottanta, novant’anni si commuove narrando delle cose che hanno vissuto in prima persona sessanta-settanta anni fa, come se fossero avvenute un attimo prima. Come se il tempo non fosse passato e fosse fermo ad allora. Posso citare un episodio triste che non c’è nel libro – perché alla fine ci è stato chiesto di non pubblicare questa testimonianza – e cioè quello di una signora istriana – che ora abita a Grado – che da sessant’anni è chiusa a chiave in casa, con la paura di uscire, perché ha timore ancora di incontrare i “cattivi”, cioè coloro che le fecero del male nel 1945. E ancora oggi ha i traumi di quanto le è successo all’epoca.

Questo per dire come talvolta la storia, che per alcuni di noi è tanto lontana, per altri è invece ancora molto vicina e dolorosa. La fame, la miseria e la paura che le persone hanno vissuto, ancora adesso provocano emozioni forti e fanno sì che il silenzio ne sia spesso la conseguenza. Poi c’è il pudore: il pudore di raccontarsi davanti ai propri cari. Spesso molte persone hanno quasi paura di raccontare le loro vicissitudini per non tramandare ai propri figli e nipoti i dolori che hanno vissuto. E questo pudore va assolutamente rispettato. È un aspetto molto umano il fatto di non voler addolorare i propri familiari con le esperienze vissute in prima persona, per cui a molte persone spesso risulta più facile raccontarle ad un terzo, in questo caso al sottoscritto o all’amico Mileta. In un certo qual modo abbiamo fatto quasi da “confessori” e così abbiamo raccolto alcune testimonianze sicuramente rilevanti.

Rispetto a volumi usciti in passato, che raccontano uno spaccato parziale delle vicende del confine – per esempio pensiamo ai libri pubblicati in Jugoslavia fino agli anni Ottanta o le testimonianze uscite in Italia fino agli anni Settanta che erano molto settoriali dato che c’erano solo i partigiani o solo i fascisti – noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di mettere assieme nello stesso libro un po’ tutti questi protagonisti delle parti antagoniste. Questo perché la storia è un grande coro di voci, dove tutte hanno avuto un peso relativo ma comunque importante. Dare la voce a tutti serve a far capire meglio il clima dell’epoca a chi non lo ha vissuto. Quali sono gli aspetti a tuo giudizio più interessanti? Il volume, lo ripeto, propone ottanta testimonianze scelte. Quelle più interessanti sono, probabilmente, quelle in cui il testimone descrive come si comportano le etnie diverse dalla sua. Citerò tre esempi.

Una testimonianza di una croata di Sussak, Danica Glazar: lei ha visto gli Italiani giungere nella primavera del 1941 come occupatori di quella zona e li descrive negli aspetti negativi ma anche comici. C’erano coloro che gridavano, insultavano, che facevano cattiverie. Oppure il racconto di una donna di Gorizia in cui emerge che i militari italiani, reduci dal fronte russo, in contumacia ad Aidussina si comportarono male con i civili del posto, specie con gli Sloveni. Per quanto riguarda l’Istria citerò la testimonianza, indubbiamente interessante, in cui si racconta delle esumazioni effettuate nel 1956 da una foiba vicino a Buie da parte di militi jugoslavi. Il racconto è di un bambino italiano. È un aspetto importante perché fino ad ora, che io sappia, la parte jugoslava ha sempre negato che ci fossero stati dei rinvenimenti di ossa dalle foibe istriane dopo il 1945. Essa ci fornisce delle informazioni utili e rappresenta una novità assoluta nel campo della ricerca delle vittime deportate e sparite dopo il maggio 1945. Sono episodi piccoli, brevi, di microstoria, ma ugualmente importanti perché gettano luce su aspetti poco conosciuti delle vicende del confine orientale. Oggi ci troviamo davanti ad un recupero tardivo della memoria. Abbiamo perso tante tessere.

Cosa ne pensi? Sicuramente sì, siamo un po’ tardi, perché se pensiamo che sono passati sessantasette anni dalla fine del conflitto, effettivamente una parte di quelli che erano già adulti quella volta, ora sono in buona parte morti. Tra l’altro anche tra i testimoni che abbiamo pubblicato nel primo e nel secondo volume, qualcuno ci ha nel frattempo purtroppo lasciato. Quindi la nostra è una corsa contro il tempo. Del resto questo ci ha convinto a fare le cose velocemente e pubblicare questi due primi volumi. La raccolta delle testimonianze avviene su vari fronti: Olinto Mileta le ottiene attraverso la rete, contattando le persone in giro per il mondo grazie a Internet; io, invece, faccio ricerche intervistando le persone a quattr’occhi, dal vivo; talvolta con la telecamera filmo, oppure mi affido al registratore o ancora a carta e penna. Quest’ultimo è forse il modo più immediato. È importante annotare il più possibile per restare aderenti al racconto degli intervistati.

Lo stesso titolo, “Chiudere il cerchio”, indica il nostro tentativo di mettere insieme i vari pezzi divisi dalla storia per darne una visione che sia comprensibile a tutti. La memoria condivisa la ritengo un’utopia mentre invece una memoria conosciuta anche alle altre parti in causa lo ritengo un obiettivo possibile. Si può, e aggiungo si dovrebbe, far conoscere anche la storia degli uni agli altri delle etnie diverse, raccontando i fatti nel modo più semplice possibile e cercando di evitare gli stereotipi. Molto spesso in Italia non si conosceva cosa ne pensassero gli Sloveni e i Croati e di cosa era accaduto in Istria nel 1945. E la stessa mancanza di informazioni c’era nell’allora Jugoslavia dove non si sapeva, per esempio, cosa pensassero gli esuli di quanto era accaduto in Istria o a Fiume o in Dalmazia. Dalle testimonianze emerge tutta la complessità di una storia svoltasi in uno spazio geografico di per sé intricato. Queste voci possono aiutare – penso soprattutto ai giovani e a coloro che non conoscono le nostre terre – alla comprensione dell’intero contesto? Certo, le vicende della Venezia Giulia e della Dalmazia nel corso del Novecento sono estremamente complesse e dense di avvenimenti, che sarebbe impossibile cercare di descrivere in poche pagine a disposizione.

L’ambizione di Olinto Mileta e mia è però quella cercare di fornire uno spaccato minimo di questa realtà geografica, senza cadere però nel rischio di fare un “minestrone”. È facile fare un libro mettendo insieme le testimonianze della gente e basta. La differenza, che noi speriamo di aver almeno in parte colto, è quella di rappresentare la Venezia Giulia in tutta la sua pluralità, anche se la complessità dei temi abbozzati è veramente grande.

Questa è la difficoltà che ha chi si occupa di storia: cercare in poche pagine di riuscire a proporre uno spaccato che sia credibile. Siamo giunti al secondo volume di una serie di quattro di cui si compone la collana. Il primo racchiude il periodo sino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il secondo si sofferma sugli anni della guerra, gli altri due si soffermeranno sul dopoguerra, gli anni iniziali, tra il 1945 ed il 1954, e l’ultimo il periodo successivo sino ai giorni nostri. Anche quei decenni sono interessanti e ricchi di spunti. Ci sono parecchi fatti storici che avvengono, la storia non si è fermata, basti pensare che la Jugoslavia si è dissolta e sono nate le Repubbliche di Slovenia e Croazia. Ci sono stati perciò tanti nuovi avvenimenti che hanno mutato molto il quadro storico. Non dimentichiamoci che fino a qualche anno fa per giungere in Istria (cioè nel Capodistriano) ci voleva il passaporto o comunque un documento di identità, ora finalmente il confine non esiste più e si passa liberamente senza quasi accorgersene.

Il nostro intento è quello di cogliere tutti questi aspetti e di ricordarli. Per decenni c’è stata una monopolizzazione del ricordo. In Italia le associazioni dell’esodo erano le uniche a coltivare la memoria, mentre in Jugoslavia esisteva le verità di Stato e oltre non si poteva andare. Nel terzo millennio che eredità abbiano a nostra disposizione? Il monopolio della memoria non esiste più ed oggi chiunque può scrivere di qua e di là del confine delle vicende che hanno toccato la nostra regione. Questo è ovviamente positivo perché il confronto anche tra gli storici oggi è molto più ricco di venti anni fa. Si parla liberamente anche di argomenti che una volta erano tabù, anche se le incrostazioni della politica spesso continuano ad influenzare parecchie persone, soprattutto di una certa età. Il problema dell’eredità della memoria è però grave anche perché gli stessi libri che escono a ripetizione che diffusione hanno oggi? Direi limitata ad un pubblico di nicchia. È una questione di rilievo per la stessa trasmissione delle conoscenze. Parlando anche con diverse case editrici, mi hanno detto che lo strumento libro è sempre più relegato alle persone non più giovani, diciamo dai quaranta anni in su. I giovanissimi usano invece quasi esclusivamente Internet e sono colpiti quasi unicamente da immagini visive.

Probabilmente le testimonianze raccolte con la telecamera forse susciteranno più interesse rispetto a un libro anche se, ovviamente, le immagini dovrebbero essere montate adeguatamente e in modo accattivante e con delle musiche particolari. Il libro è oggettivamente un prodotto in ribasso, anche se spero di essere smentito. Credo perciò che in futuro si dovrà riconvertire buona parte delle testimonianze da scritte a visive, inserite in un filmato.

Questa credo sia l’unica eredità da mandare al terzo millennio. I giovani sono più sensibili a quello strumento. Se penso però a quanti testimoni che già non abbiamo più perché scomparsi, si può capire che l’operazione non è così facile. È un modo diverso di ragionare, di diffondere e di divulgare la storia stessa. Io spero sempre che il libro possa mantenere ancora un certo fascino, però sono un po’ pessimista. Insegnando a scuola, vedo che tra i miei alunni nessuno legge e bisogna spingerli a farlo, ma spesso con scarsi risultati.

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